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Dettaglio
5-2-2010
Intervista a Roberto Di Matteo
28 settembre 2000, coppa Ue­fa, San Gallo-Chelsea. Minuto 32, Di Matteo in contrasto con Daniel Imhof: rottura del­la gamba sinistra in tre punti. Seguono de­cine di operazioni: un anno e mezzo più tar­di Roberto annuncia il ritiro. La sua carrie­ra è finita in Svizzera, proprio dove era ini­ziata. Ma “Robbie”, come lo chiamano tut­ti qui, è rimasto in Inghilterra: «Mi sono tro­vato bene, anche se all’inizio qualche difficoltà c’è stata. È tutto diverso: la guida, le unità di misura, la moneta. E tutto deve essere preciso e organizzato: all’inizio ti dà un po’ da innervosire, però poi si apprezza, perché le cose funzionano bene».
Così ha scelto di diventare allenatore ot­tenendo il patentino con la FA.
«Per comodità. Vivevo a Londra con la fa­miglia, avevo la possibilità di fare tutto con la federazione inglese. Poi ho cominciato ad allenare a Milton Keynes».
Si vedeva già allenatore quando giocava?
«No. Non ci pensavo proprio sino a due an­ni fa».
Poi?
«All’improvviso è scattato qualcosa, mi è tornata una incredibile fame di calcio. Cre­do sia dovuto alla modalità del mio ritiro: ho lasciato il campo male, con l’infortunio, e a distanza di qualche anno è riaffiorata la vo- glia, l’ambizione di costruire giorno dopo giorno qualcosa per raggiungere un obietti­vo. Mi sono rimesso in moto, ora sono qui».
Come si trova nel ruolo inglese di mana­ger?
«Bene, tra l’altro il WBA, il West Bromwich Albion, è finanziariamente in salute e non ha esigenze di vendere. Via, non spende ne­anche
(ride, ndc) però lavoriamo con quel­lo che riusciamo a generare».
Tocca a lei gestire il denaro del mercato, a differenza di quello che accade in Italia. Il sistema le piace?
«Sì, in Inghilterra il ruolo è più completo, anche se stanno cercando un po’ di adattare il sistema a quello europeo assumendo i ds, pur tra molte resistenze. Ma è vero: qui io sono responsabile del budget e devo control­lare tutti i costi; giocatori in entrata e usci­ta, gli stipendi che si possono dare, i bonus».
Sente gli altri tecnici italiani in Inghil­terra?
«Certo. Con Gianfranco Zola mi confronto ogni settimana e ogni tanto gioco a golf. Ho parlato più volte anche con Ancelotti. Gli ho chiesto come si fa a diventare un allena­tore di successo. Di strada da fare ce n’è tanta».
Mancini?
«L’ho chiamato pochi giorni fa per chieder­gli un giocatore in prestito... Mi piace vede­re che i tecnici italiani adesso all’estero sia­no riconosciuti per quello che valgono: i tre in Premier, Capello e Trapattoni con le na­zionali, Spalletti in Russia. Portano cono­scenze tattiche che hanno in pochi».
Molti sono giovani. E' una moda?
«Direi piuttosto un trend: alcuni aspetti in­novativi degli allenatori più giovani stanno prendendo piede. E Guardiola è un ottimo uomo copertina in questo senso».
Segue il calcio italiano?
«Tutte le settimane in tv, lo seguo con pia­cere per restare aggiornato».
Chi le piace?
«La Fiorentina gioca molto bene, apprezzo il lavoro di Prandelli. A inizio stagione mi è piaciuto il Parma. Per il resto Mourinho si segue sempre con piacere perché fa co­munque notizia, e sono contento per Leo­nardo: aveva avuto un inizio difficile, è sta­to supportato, si è ripreso ed è riuscito a ti­rare fuori il meglio da una squadra che sa giocare la palla in maniera piacevole. E Ra­nieri sta facendo benissimo con la Roma».
La sua Lazio?
«Non l’ho dimenticata, la seguo sempre e sono rimasto suo tifoso. A Roma ho passato tre anni indimenticabili, sono stato benissi­mo, un momento importantissimo della mia carriera e della mia vita. Mi dispiace ve­derla in difficoltà».
Si è dato una spiegazione?
« Da fuori la prospettiva è diversa e dare giudizi è impossibile. Temo però che il pro­blema sia legato a com’è il calcio oggi: se hai risorse finanziarie illimitate puoi piani­ficare anche a lungo termine e avere possi­bilità di stabilizzarti sempre più su. Altri­menti un anno ti può andare bene, quello dopo no, e per mille motivi diversi. Mi sem­bra quello che sta accadendo ora ai bianco­celesti ».
E’ rimasto in contatto con qualcuno dei suoi ex compagni?
«Dei laziali con cui ho giocato, sento ogni tanto Gigi Casiraghi e Aaron Winter. Poi Demetrio Albertini: lui alla Lazio è andato molto dopo di me, ma la nostra conoscenza deriva dai tempi della Nazionale. E ho in­contrato più volte Eriksson».
Allenerebbe in Italia?
«Il ruolo dell’allenatore in Italia non è mol­to attraente: c’è poca continuità, troppi club non danno il tempo di lavorare. Sbaglio o questa stagione gli esoneri hanno toccato punte record? Ecco, qui viene dato più tem­po, c’è maggior supporto».
La risposta è dunque no?
«Non dico questo. Da italiano chiaramente un giorno mi piacerebbe. Però ora ci sono altri Paesi che calcisticamente parlando so­no più eccitanti».
Tipo?
«Inghilterra, Spagna, anche la Germania. Dipende però da quello che uno vuole vede­re, se una partita più tecnica, tattica o un calcio più veloce, fisico e con più azioni da gol».
L’Italia non le manca?
«Quello sì, tantissimo, anche se qui si vive davvero molto bene. Conoscete la mia sto­ria: mi sento fortemente italiano, è norma­le che l’Italia mi manchi».
Fonte: Lorenzo Longhi/Ass su il Corriere dello Sport del 4.2.10



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