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Dettaglio
15-3-2010
Delio Rossi - La Lazio è il mio passato, Lotito l'ho rimosso
Buongiorno Delio Rossi. Cosa si prova oggi a essere considerato il personaggio del cal­cio italiano?

«Personalmente non mi ritengo un perso­naggio di riferimento. E’ un periodo bello, a livello personale e di squadra. La città è feli­ce. Questo mi inorgoglisce. Stiamo facendo un buon calcio, stiamo valorizzando dei gio­vani. Questo per un tecnico di campo come me è il massimo».

Il Palermo può crescere ancora o no?
«Anch’io ho questa sensazione. Perché c’è voglia di lavorare, di mettersi a disposizione, l’anagrafe. E ci sono qualità. Merito di chi ha organizzato la squadra, merito della società. Ci stiamo costruendo un futuro».

Quanto è importante per Rossi aver ritro­vato Sabatini a Palermo?

«Penso sia fondamentale. Fondamentale è il fatto che ci conosciamo. Se lui dice una co­sa, so che valore dà a quella cosa. Se io pen­so una cosa, magari sbagliata, però c’è la sti­ma reciproca e sappiamo che persone siamo. Nel rapporto di lavoro, non ci deve essere il minimo dubbio o il fraintendimento. Tutti e due abbiamo la voglia di fare il meglio possi­bile per il Palermo. La differenza la fa la grande società. E’ la grande società che met­te in risalto il grande allenatore. Non succe­de mai il contrario».

Come mai un allenatore che ha appena vinto la Coppa Italia non viene confermato. Perché ha lasciato la Lazio?

«Io sapevo che sarebbe stata la mia ultima stagione alla Lazio, indipendentemente dal trofeo. Non c’erano più i presupposti per por­tare avanti un certo tipo di lavoro. Si respira­va quest’aria. E’ la strategia che fa il risulta­to. Spesso ho vissuto dove il risultato ha fatto la strategia. E poi dipende dall’aria che si re­spira. Potevo fare quello che hanno fatto al­tri allenatori, mi sarebbe piaciuto portare avanti un ciclo di sette-otto anni, ho sempre pensato questo allenando la Lazio. Ma negli ultimi due anni non avevo più questa sensa­zione. Non c’era la strategia, non c’era il pro­getto, che aveva fatto il risultato. Il mio pro­getto. Quando sono arrivato, ci siamo detti “abbiamo problemi economici, non c’è la La­zio di Cragnotti, non torneranno più quei tem­pi”. E allora l’unica strada può essere risana­re, Lotito è stato molto bravo in questo e dal punto di vista tecnico bisognava aggiungere un pezzo buono alla volta, fare una scommes­sa, una riesci a indovinarla, una la sbagli. L’obiettivo era stabilizzarsi per cinque-sei anni tra il quarto e l’ottavo posto con giocato­ri di proprietà. C’eravamo riusciti all’inizio, poi il progetto non c’è più stato. Non sono quel tipo di allenatore, vinci o perdi e cambia il tuo destino, ti guadagni o meno la riconfer­ma. Non è questo il mio modo di operare».

Se Rossi porta il Palermo in Champions è il risultato a dare una bella spinta alla stra­tegia?

«La strategia la fa il dirigente, trova le per­sone adatte, fissa il budget. Se hai una strate­gia, ci metti del tempo, ma poi arrivi. Se cam­bi strategia di continuo, se vinci o perdi, se l’arbitro fischia un rigore oppure no, dipendi dal risultato e non vai lontano. La Cham­pions? Ci sono sette-otto squadre più forti di noi. Poi c’è il campo. Ora il campo dice che stiamo facendo bene. Un minimo di ambizio­ne ce l’abbiamo, ce la deve avere qualsiasi allenatore. Se riuscissimo ad affrettare i tem­pi, sarebbe l’apoteosi per la società e la città di Palermo».

Il Palermo è una società strutturata.
«Zamparini ha creato la società. E’ un gran­de appassionato di calcio, innamorato della squadra. Non ne ho conosciuti tanti di presi­denti tifosi, con il suo carattere. E’ leale, schietto. Magari, prima di dire a tutto il mon­do come la pensa, vorrei essere il primo a sa­pere certe cose. Ma è fatto così. Gli piace il calcio, si diverte. Sapevo di andare a lavora- re con Zamparini, quindi non posso recrimi­nare. E poi preferisco quelli come lui rispet­to a quelli che davanti ti dicono una cosa, poi dietro te ne dicono un’altra o te la fanno arri­vare per interposta persona».

Quanto è bello l’entusiasmo di una città co­me Palermo?

«Non lo vivo, ma lo sento. Vedo grande ri­spetto, gratitudine. E’ qualcosa che capto. Non vivevo neppure Roma. Vivo lo stadio, il campo d’allenamento, l’albergo, non giro in città, ma avverto questa situazione. Per uno come me, che ha vissuto molto in Meridione, la squadra è il biglietto da visita della città. Palermo è ricordata anche per altre situazio­ni non piacevoli, è un motivo d’orgoglio sape­re che la gente è contenta, sapere che maga­ri vincendo con la Juve abbiamo fatto con­tenti i siciliani che vivono in Argentina e han­no visto la partita da Buenos Aires».

Perché dice sempre che a Palermo ha tro­vato una squadra seria?

«Posso citare mille situazioni. Serio nel mio modo di interpretare una squadra non è solo una cosa. Sono subentrato. Nessuno si è per­messo di dire una parola sul mio predecesso­re. Magari chi non giocava, chi non aveva fee­ling: qualcuno lo trovi sempre in uno spoglia­toio. Qui, invece, nessuno si è permesso di parlare male. L’ho trovato serio, professiona­le. Si sono dati a me, li vedo allenarsi. E’ gen­te che ci crede, che vuole migliorare, che sta in campo con fede».

Zamparini non vende facilmente i suoi gio­ielli. Ma non ha paura di perderne qualcuno a fine stagione?

«No, anche perché conosco l’ambizione di Zamparini. Non ha bisogno di soldi. Nel mo­mento stesso in cui andasse via uno, sarebbe solo perché è lui che vuole andare via. E se uno andasse via, Zamparini prenderebbe un altro che nel giro di due anni può diventare più forte. Si lavora costruendo per il presen­te e per il futuro. E poi ai giocatori dico: me­glio fare la quarta punta in un grande club o la prima nel Palermo? Parliamo di tutta gen­te di 20-21 anni. Questa è una garanzia».

Portare il Palermo in Champions le dareb­be ancora più soddisfazione rispetto alla stessa impresa con la Lazio?

«Io non posso parlare di qualcosa che non conosco. Non vendo niente. Se accadrà, valu­teremo cosa può succedere domani. Non pos­so gettare fumo negli occhi della gente. Oggi ci godiamo la classifica, i traguardi di tappa esistono solo nel ciclismo. Nel calcio o arrivi o non arrivi. Cercheremo di arrivare in un lotto di squadre che sono più forti di noi».

In un testa a testa con la Juve può contare il peso politico delle società?

«Non lo so. Ero uno dei pochi che credeva il campionato fosse regolare e invece non lo era. Pensavo alla sudditanza, sei incline ver­so il potente, non verso il debole. Non pensa­vo che dietro ci fosse di più. Te ne accorgevi, ma non avendo prove e allenando squadre meno forti, non ne eri certo. Sembravi Don Chisciotte o quello che vuole abbaiare alla lu­na. Non avevo prove, altrimenti avrei denun­ciato. Oggi sono consapevole che la suddi­stanza c’è, finche non si cambia il sistema».

Come si potrebbe cambiare il sistema?
«Gli arbitri non possono dipendere da Figc e Lega, sono un’emanazione di chi li giudica. Ci dovrebbe essere un ente terzo, autonomo. E poi l’arbitro, sbagliando in buonafede una decisione, ti può mandare in Champions op­pure no, ci sono le retrocessioni in B e la sal­vezza. Le società si giocano fior di milioni, mi sembra anacronistico che l’unico dilettante sia proprio l’arbitro. Perché se l’arbitro sba­glia non retrocede? Devono andare avanti i più bravi, i più preparati. E devono guada­gnare di più. Sono per il professionismo tota­le ».

Zamparini è un presidente che si fa rispet­tare. Si sente garantito dalla sua società?

«Quando ascolto che la società si deve far sentire nelle sedi opportune mi viene da ride­re. Che significa? Non lo so. Io sono un uomo di campo. Se un arbitro sbaglia, credo lo fac­cia in buona fede. Io non chiedo mai chi arbi­tra la domenica, spesso neppure lo ricordo. Considero l’arbitro una componente, come un palo della porta, la bandierina e così via. E’ necessario perché deve far svolgere la ga­ra in modo corretto. Deve applicare il rego­lamento, non deve fare il protagonista».

E’ favorevole all’introduzione della tecno­logia come supporto per gli arbitri?

«Dipende dai mezzi come li usi. Il proble­ma risiede a monte. Bisogna togliere questi dubbi. Se c’è un miglioramento, ben venga. Non ho pregiudizi. Ma non si risolve così il problema. La tecnologia potrebbe essere d’aiuto, non è il massimo non sapere se un pallone è entrato in porta o no».

S’è persa l’essenza del calcio?
«E’ vero, il calcio è fagocitato dalle tv. Si gioca troppo. Si potrebbe migliorare dal pun­to di vista della condizione fisica. Ma poi non sono dei robot, non puoi chiedere ai giocato­ri di giocare 70 partite. Io sono un tradiziona­lista, sono per tutti i campionati alle 14,30».

L’Inter ha già vinto lo scudetto o il campio­nato è riaperto?

«L’Inter l’ha vinto prima di iniziare. Può perderlo solo lei. Ha una rosa superiore alle altre. Quattro punti di distacco? Vuol dire che le altre si sono avvicinate, ma resta la favori­ta ».

Dovrà giocare a Palermo?
«Dovrà andare anche da altre parti... E poi il Palermo non deve fare la corsa sull’Inter. Non so se le altre sperano che perda a Paler­mo, ma sperare nelle disgrazie altrui non va bene. Non si migliora mai a gufare».

Fonte: Fabrizio Patania e Daniele Rindone per il Corriere dello Sport del 9.3.10



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